1 – La cultura è energia. Opere Storiche
Elio Marchegiani

13 gennaio-20 marzo 2012
Inaugurazione: 12 gennaio 2012 ore 18

Una mostra ispirata dal progetto ideato da Guido Le Noci nel 1971 al Centro Apollinaire di Milano.
Verrà presentata una selezione di opere storiche tra cui Apollo (1967), Elios (1966) e una selezione di Gomme degli anni ’70.
Elio Marchegiani (Siracusa, 02 settembre 1929) pittore e scultore italiano la cui produzione si inscrive in un ambito di ricerca di matrice concettuale e in una costante sperimentazione di varie materie, nel pensiero fondamentale tra Arte e Scienza dove la tecnologia possa decantarsi, trasformandosi in Poesia. Una costante ricerca e non la sola ripetitività di un’unica Idea. Fare per far pensare il logo costante del suo operare.
La prima personale alla Galleria Giraldi di Livorno nel 1958. L’anno successivo è invitato all’ 8° Quadriennale di Roma. L’attenzione a Giacomo Balla, Marcel Duchamp e Lucio Fontana e ai legami fra scienza e immagine costituiscono la base di tutto il suo futuro lavoro che, negli anni sessanta, sarà gestito da Guido Le Noci della Galleria Apollinaire di Milano e da Gaspero del Corso della Galleria L’Obelisco di Roma.
Invitato alla VI° Biennale della Repubblica di San Marino sul tema “Nuovi Materiali Nuove Tecniche” vince il Premio A.I.C.A. (Associazione Internazionale Critici d’Arte presieduta da Giulio Carlo Argan) con Progetto Mercury 1965-66 e Minerva 1967,Minerva, per volontà di Palma Bucarelli, entra a far parte della collezione Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Dopo la ricerca sul movimento e la luce e la ricostruzione di Feu d’Artifice di Giacomo Balla, l’idea di “tecnologia come poesia” lo porta a un’analisi ancora più attenta del suo lavoro con opere e ambientazioni: vedi LA CULTURA E’ ENERGIA, 1971 mostra in 5 tempi alla Galleria Apollinaire di Milano (con Pierre Restany).
La serie delle Gomme, destinate a morire nel tempo, (eseguite tra il ‘71 e il ’73) precede il periodo in cui si dedica alle Grammature di colore e alle ricerche sui supporti: Intonaco, Lavagna, Pelle, Pergamena. Questo farà dire a Gillo Dorfles: “a Marchegiani basta il supporto per fare l’opera”. Le Grammature di colore (sintesi astratto geometrica dell’affresco italiano) restano un costante riferimento di ricerca che l’artista considera obbligatorio nel suo fare. E’ stata pubblicata una monografia a cura di Carola Pandolfo Marchegiani “Elio Marchegiani Linee di produzione 1957-2007” edizioni Carte Segrete di Roma, che documenta cinquant’anni della sua storia.
Attualmente vive e lavora a Pianoro Vecchio sui colli bolognesi.

GLI DEI BALLANO AL PIPER
Marco Meneguzzo

Gli anni Sessanta sono di plastica. Così diventano di plastica anche gli dei dell’Olimpo: Venere lo diventa nel 1965, Minerva nel 1967, insieme ad Apollo. Elio Marchegiani è il vulcanico Vulcano che li ha forgiati nella sua officina, anzi, che li ha “stampati” e inscatolati, in modo da farcene vedere soltanto le ombre attraverso un plexiglas translucido e una sequenza di colori “psichedelici” (quasi) sincronizzati su musiche di John Cage, che lo stesso musicista gli aveva consigliato e scelto. La rivoluzione dissacrante degli anni Sessanta passa per il Piper per approdare agli scontri di valle Giulia del 1968, ma passa anche per le gallerie come l’Apollinaire di Guido Le Noci, mitico talent scout di tutte le neovanguardie tra Cinquanta e Settanta: “la cultura è energia” – che dà il nome a questa mostra da Allegra Ravizza, a Milano – di fatto è una frase di Pierre Restany per una serie di cinque mostre-flash di Marchegiani presso l’Apollinaire di Milano, iniziate il 29 gennaio 1971 e finite il 5 marzo dello stesso anno.
A differenza di quanto stava accadendo nelle strade delle grandi città italiane, e della cupezza ideologica che ne sarebbe derivata, Marchegiani stava analizzando a modo suo l’energia che attraversava la società: l’eclettismo che caratterizza la sua produzione – e di cui ci si focalizza solo su pochi cicli di opere, facendo un torto a questo atteggiamento modernissimo – deriva certo da un’attitudine caratteriale, ma anche dagli stimoli di cambiamento sia materiale che spirituale che comportamentale di quella società civile. Marchegiani allora costruisce metafore di quel cambiamento, attraverso le sue opere, con una possibile costante all’interno della sua ricerca: il continuo fluire tra organico e inorganico, tra uomo e universo, tra natura e cultura. Appassionato di tecnologia, di tutte le tecnologie, Marchegiani dichiara in quegli anni di costruire oggetti tecnologici per irridere all’atteggiamento tecnologico imperante, utilizzando per questa operazione l’insegnamento socratico dell’ironia, che è un metodo per poter mostrare le cose più terribili adottando un percorso linguistico laterale, deviato quel tanto da poter eludere le difese erette nelle convenzioni sociali dal moralismo. Ma Marchegiani è molto di più di un fustigatore dei costumi (che, di fatto, è un altro moralista): le sue opere vanno più in profondità, prendendo spunto certo da una situazione contingente, persino da un episodio di cronaca, ma per attingere a questioni esistenziali universali. Ecco allora che una pelle di caucciù invecchia come una pelle di un essere vivente (le “gomme” realizzate dal 1971), come una lastrina di vetro può diffondere contemporaneamente due ombre contrapposte (i “dicroici” degli anni Ottanta), o una divinità essere ridotta a un’apparizione sul palco di una discoteca, magari mantenendo comunque quell’allure di mistero per cui ne percepisci soltanto l’ombra, per quanto colorata, per quanto pop. Anche se gli dei ballano al Piper, qualcosa della loro divinità rimane nei nostri occhi.